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“L’arte di cadere”: intervista a Raffaela Fazio
On 21 maggio 2015 | 0 Comments
Santiago Morilla – Index falls – veduta della mostra presso il Museo del Marmo, Carrara 2013

Santiago Morilla – Index falls – veduta della mostra presso il Museo del Marmo, Carrara 2013

La nuova raccolta di poesie di Raffaela Fazio si intitola “L’arte di cadere” (Biblioteca dei Leoni, 2015): prima di leggere alcuni estratti dal testo, ho avuto la possibilità di fare direttamente all’autrice alcune domande.
Raffaela, nata ad Arezzo nel 1971, vive ora a Roma, dopo aver trascorso gli anni tra il 1990 ed il 1999 in vari paesi esteri. Laureata in lingue e politiche europee a Grenoble e specializzata in interpretariato a Ginevra, ha poi conseguito un diploma in scienze religiose ed un master in beni culturali a Roma. La primissima raccolta di poesie risale al 1987 e si intitola “Corolle”; successivamente, ne ha pubblicate altre: “Per ogni cosa incompiuta” (Firenze, 2010), “Ogni onda è il mare. Rime da regalare” (Firenze 2011), “A garante il mistero” (Firenze 2012), “La boîte” (Firenze 2013).

 

-Non è la prima raccolta di poesie, anzi, ha iniziato a pubblicarle dal 1987. Come ha iniziato a scrivere? Cosa l’ha spinta? E cosa è cambiato da allora?

-Ho iniziato a scrivere poesie da bambina, dall’età di sette anni. Allora ero affascinata dalla musica che avevano le parole (e questo non è cambiato!) Le mie prime poesie sono nate infatti come canzoni che trascrivevo sulla carta. Ma ero attirata anche dalla libertà che le parole mi davano: ogni abbinamento era un gioco e una sfida. Ero una bambina molto riflessiva, forse un po’ malinconica; la scrittura mi ha permesso di mettere a fuoco situazioni e persone, compresa me stessa. Da allora la poesia non mi ha più lasciata: è il mio canale preferenziale per indagare il mondo, per saggiarlo e per tentare di restituirne il “gusto”. E questo, naturalmente, non solo come autrice, ma anche come fruitrice, dato che la lettura di una bella poesia è, nell’arte, l’esperienza per me più piacevole.
Dopo una prima silloge giovanile, a seguito di un premio rivolto alle scuole medie (che avevo vinto con una poesia sul muro di Berlino), ho continuato a scrivere, ma ho pubblicato la mia prima raccolta “matura” solo nel 2008. Cosa è cambiato in quel tempo? Molto. Innanzitutto la mia esperienza all’estero, in vari paesi europei (dal 1990 al 1999), mi ha fatto scoprire quanto la diversità sia feconda e stimolante nel farci uscire dai confini tracciati, e rivelatrice di quello che ci è più caro. Poi il rientro in Italia, il recupero di ciò che, in qualche modo, avevo lasciato in sospeso e la riscoperta, tramite studi religiosi, della ricchezza della nostra tradizione ebraico-cristiana, che non di rado viene travisata perché veicolata in maniera apologetica. In quella fase, è maturata in me la consapevolezza di dover lasciar fluire la vita, nei suoi imprevisti e nelle sue contraddizioni, insieme ad un senso di fiducia e di gratitudine. Ma l’esperienza decisiva è stata senz’altro la maternità. La maternità è stata il momento spartiacque, che mi ha trasformata e continua a trasformarmi, con le sue irrinunciabili sorprese. Tutti questi cambiamenti si rispecchiano nelle mie raccolte poetiche “Per ogni cosa incompiuta” (2008), “A un filo più lento” (2010), “A garante il mistero” (2012). Con “La boîte” (2013), qualcos’altro si mette in moto. L’irrequietezza comincia nuovamente a serpeggiare, perché nella mia vita personale si aprono ferite che fanno vacillare l’equilibrio raggiunto negli anni precedenti. Si tratta di un processo di rimessa in discussione ed al contempo di riappropriazione di parti essenziali di me, forse ancora più vitali perché non riconciliate (o non riconciliabili).

Frutto di questa fase è proprio il mio ultimo libro, “L’arte di cadere”, che ho esitato a pubblicare nella sua interezza, perché sapevo che avrei dovuto esporre anche quelle ferite che non sono tuttora sanate. Poi è prevalsa la volontà di mettermi a nudo.

 

-Quale è allora il perno di questa raccolta?

-Il perno di questo libro è il sentimento che mi tiene in vita, l’amore, e che assume per me una particolare intensità nella sua triplice dinamica erotica, materna, religiosa. La prima, che riguarda la maggior parte delle poesie, è la più complessa, perché per sua natura vive di opposti raramente conciliabili. La seconda è la più viscerale e pervasiva. La terza è la più segreta, la più sfuggente, la più esigente. Multiforme, l’amore è sempre, comunque, una tensione, una spinta ad oltrepassare confini e spesso certezze. Il salto verso l’altro e verso l’alterità è certamente rischioso, perché, se è realmente tale, non vive di mezze misure. Ma è un rischio irrinunciabile. È anche a questo rischio che ho voluto dedicare la presente raccolta.

 

-Qual è la poesia che, nella raccolta “L’arte di cadere”, le è più cara, o comunque riassume più nello specifico il suo pensiero?

-Non saprei davvero dare una risposta. Ogni poesia è un modo diverso di articolare il mio pensiero, il mio sentire. E sono anche convinta che il moto che è all’origine di una poesia non necessariamente si trasmette al lettore con la stessa dinamica. Per questo non mi piace suggerire. Ma sono sempre interessata alle scelte personali che fa il lettore stesso.

 

-Mi è piaciuta moltissimo la citazione iniziale del suo libro: “L’arte di cadere non esiste quando si ama. Si cade e basta. Verso l’alto, nell’abbandono. Verso il basso, nel distacco. E sempre c’è una parte di noi che ci lascia. E sempre quella che resta rinasce, ad altezze diverse”. Il suo titolo è effettivamente “L’arte di cadere”: nonostante lei dica che non esista un’arte di cadere in amore, crede che forse ciascuno possa trovare un’arte personale nel cadere, un’arte in parte voluta dal caso ed in parte costruita da sé?

-Come ho scritto, per me non esiste “un’arte” di cadere in amore. Essendo l’amore un salto, un rapimento, un entrare in una dimensione che sfugge al nostro controllo, la caduta non può essere prevista, calcolata. La caduta è verso il basso o verso l’alto. La caduta verso il basso è quella che fa male, è la caduta al negativo, è il distacco, il recidersi di un filo che tiene uniti e che tiene unito il senso. Diversa e bellissima è la caduta verso l’alto, che è quella dell’abbandono, nell’andare oltre se stessi (staccandosi da se stessi), verso ciò che non è circoscrivibile. È l’abbandono di chi s’innamora, di chi crede, di chi si affida alla Vita. Verso il basso o verso l’alto, la caduta è comunque un dinamismo vitale che innesca un cambiamento, introduce una rinascita.
In fondo, nel mio libro, forse è proprio questo che volevo dire: non bisogna temere la caduta. La caduta avviene se deve avvenire: non può essere né ricercata, né evitata. Ecco perché non esiste l’arte di cadere e chi vuole trasformare il cadere in un’arte, non vive realmente. E volevo dire anche questo: la caduta è solo un inizio.
Non esiste l’arte di cadere. Ma esiste l’arte di rialzarsi e di continuare ad amare. Questa sì, è un’arte che la vita stessa ci permette di affinare, con l’aiuto del caso, ma soprattutto con il ripetersi delle nostre scelte e anche dei nostri sbagli.

 

-Mi sono piaciute moltissimo le sue poesie. Forse, quella che preferisco è la seguente:

Affermano alcuni
che amare è guardare
in tempo reale
ciò che si è.
Per me invece
è vedere te
a dismisura
con dieci fusi orari addosso
come un gatto
grigio nero bianco marrone rosso
che a balzi esce da questo vulcano
e si porta sui baffi sul pelo
di tutto
nani giganti pesci con le ali carboni diamanti
e persino
le ragnatele del settimo cielo.

 

Amare vuol dunque dire vivere e attraversare luoghi ed emozioni, uscirne con segni evidenti di quel passaggio, con quelle “ragnatele del settimo cielo” che testimoniano il nostro aver vissuto?

-Sì, sono d’accordo. Amare vuol dire tante cose e anche questo: passare da luoghi che credevamo inaccessibili e portare su di noi segni di quel passaggio. Al riguardo, mi viene in mente anche un’altra poesia, pubblicata nella mia raccolta “Per ogni cosa incompiuta”. Mi piace ricordarla:

Solo da dentro
il fosco occhio cieco
si schianta di luce.
Solo da dentro
diventa il senso rosone.

Amore
fammi allora tua presenza.
Ch’io entri in te
e poi riesca
portandoti negli occhi
com’esca di colori.

 

Ora, una selezione di alcune poesie tratte dal libro “L’arte di cadere”.

Da “I. Alter Ego”

Quante volte
il nostro incontro è ai bivi
anche se i miei s’aprono prima
e i tuoi seguendo
non sanno la fatica.
Forse perché non sono neanche incroci
ma bocche docili di pozzi.
E pare che l’acqua venga
fino all’orlo senza fretta
come il gorgoglio che sale
nel collo di un colombo
e là rimane e aspetta.

 

Da “II. Vuoti d’aria”

La mezzanotte

Ci si perde.
Un poco alla volta
se non si fa attenzione.
E invece la vita
andrebbe stretta
bene.
Dell’ultima frase che ti ho detta
non ho sentito la fine:
mi ero distratta
a guardarmi partire
(mentre a un’altra me
provavi
la scarpetta).

 

*

Il mio unico cliente”

Tra poco
abbasso la saracinesca.
Non fiata una mosca.
Lui non è entrato
neppure di nascosto.
Fino a ieri
su un rigo di poesia
per tutto c’era posto
(però lo stesso mi stringevo a lui
prima del capoverso).
La frutta è ancora fresca.
Ma oggi non l’ho visto.
Sarà perché non lo ho aspettato?
O forse è quel cartello
che penzola al mio collo
rigirato? Sul retro si leggeva:
Amore a perdifiato.
Ora c’è scritto: Chiuso per lutto.

 

Da “III. Prossimi all’impatto”

La gioia non ha pretese.
Noi sì invece.
Ecco perché
non siamo felici.

 

*

 

Mi arrampico
ma non ho braccia
non ho più cosce
sono una goccia
pentita e ribelle
che non scende ma sale
perché si unisce
ad una due tre
altre infinite stille
sul vetro di un tempo
che ho amato
come era
impuro
e pieno di bolle.

 

Da “IV. All’indietro”

Cambio l’aria
l’acqua ai fiori
il tuo amore quando lo pronuncio
l’altezza da cui lancio
la vocale.
Ma l’aria l’acqua
rimangono se stesse
come anche il Nome
che dal basso
ridendo
sale.

 

*

 

Omaggio sia reso
allo sforzo buono tenace.
Onore al coraggio.
Ma nudo si lasci
lo slancio minimo
sufficiente
col quale
l’anima
davanti ad un niente
in una falda di sole
si sporge
si perde
ricorda
le ali.

 

Da “V. Provocazione al cielo”

“Costellazioni”

Si era impigliato forse
nella sottoveste
un seme alato
magari sulla pelle
nel risvolto
nel segno capovolto di un tuo no.
Ma ecco che
– e so perché –
è caduto
quando mi hai inclinata
col sorriso
verso lo scasso della tua ferita.
E’ caduto
e subito è spuntato
un centro
al tempo
un asse terra-cielo equidistante.
Non so che pianta sia.
So che ogni foglia
ha un verde sopra
e uno di sotto
entrambi in espansione.
Nel mezzo una corsia
di linee immaginarie
a imitazione
di quelle del profilo
che
inesistente
unisce ad arte
e fa più belle le stelle
eterne e certe.

 

Da “VI. Un’ossatura per il volo”

(per i miei bambini)

Oggi c’è nebbia e torpore
sui miei confini
sui recessi sicuri
sugli spazi concessi.
Persino su questo dolore sottile.
Ma più la coltre s’addensa
e più vi vedo
e più v’impennate
come la punta sonora
di un campanile.

 

Da “VII. A quale distanza”

Qualcosa accade
a distanza
qualcosa a distanza
di tempo
e qualcosa
accade soltanto
quando è stata compresa

soprattutto
se a portarla era il caso.

 

*

 

Spinge l’uomo il suo sogno
più lontano fuori mano
abile esce
dai confini del reale
ma poi tira la lenza
e il pesce
è un esperibile locale
tanto finito
da essere ingerito.

 

Da “VIII. Spiovente costellazione”

“II”

Hai occhi più veloci
di ogni tradimento.
E danze assai più lente
a cui si può tornare.
Ad altri è concessa
la voglia del Banchetto.
Io sotto adesso sogno
di scioglierti i calzari.

 

*

 

“IV.”

Lo so, il giorno ci divide.
E non ho scuse.
E’ ormai da tempo
che non faccio caso
al moto di presenze
confuse nel vino della vita.
Ma quando ieri sera ho messo
la testa sul cuscino
ho sentito finalmente quanto
sia poco naturale
non aver spiato col cuore in fiamme
fino a tarda notte
tutta la luce che si perde
per il tuo non rincasare.

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