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La tela di ragno di Emanuele Giudice
On 21 gennaio 2016 | 0 Comments
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Odilon Redon, Reflection. Collezione privata

Una riflessione merita un grande uomo, un personaggio importante della nostra storia comune, Emanuele Giudice: nato a Vittoria il 23 febbraio del 1932, avvocato, dirigente pubblico, volge la sua attenzione alla narrativa, alla poesia, alla saggistica ed alla drammaturgia. Nel 2002 gli è stato assegnato il Premio della cultura della Presidenza del Consiglio dei Ministri. Per molti anni si dedicò alla politica, ricoprendo numerosi incarichi, tra cui quello di Vice sindaco di Vittoria, Segretario provinciale e Consigliere Nazionale del suo partito, Presidente della Provincia di Ragusa. Ha sempre militato nella Dc e, in tante battaglie, è stato al fianco di Aldo Moro, Benigno Zaccagnini, Guido Bodrato, Ciriaco De Mita, Giovanni Galloni, Luigi Granelli ed altri esponenti della sinistra di base. È morto nel novembre del 2014.

La raccolta di poesie curata da Biblioteca dei Leoni ed intitolata “Oltre la tela di ragno che m’invento” può considerarsi un documento postumo, un testamento ai lettori, in particolar modo colpisce la dedica alla nipote: “[…] La vita può riservarci solitudini, da smaltire al più presto. Forse allora potrebbe venirti la voglia di cercare l’unguento per sanare i piccoli malori del giorno. Prova allora a leggere. Ciao, nonno Neli”.

emGiudice

Una recensione illuminante sulla produzione poetica di questa raccolta ce la offre Luciano Nanni su Literary.it:

 

“[…] ci resta una vasta produzione in cui la poesia svolge un ruolo centrale con un punto di riferimento, il discorso civile, rimasto coerente fino a queste ultime pagine, dove il pensiero ‘finale’ vi trascorre come un presagio, anziché una certezza: di nulla mai si è certi, direbbe.

La forma poematica – pur separate le liriche seguono un continuum che va oltre i 1200 versi – mostra in certi suoi anfratti la linea di una indecifrabilità che sta più nella sostanza che nella parola: “cosa si nasconde | oltre la luce e il segno” (Voltiamo pagina) — è quella ricerca di un sempre che esiste solo sulla carta. Ma sino al fondo di questo viaggio si percorrono anche luoghi ignoti e nasce la constatazione del rapporto tra l’io e il mondo, un rapporto ancora da ridefinire. È proprio quel limite irremeabile a far sì che ogni aspetto della vita sia visto in un’ottica nuova”.

E ancora, Paolo Ruffilli:

“In questa nuova raccolta di Emanuele Giudice, insieme compimento di un’intera produzione e lascito testamentario ai suoi lettori, poesie più articolate e distese s’accompagnano ad altre brevi e icastiche come epigrammi, spesso singole immagini che valgono come tasselli interpretativi del reale. […] Dalla trama di pensiero, di specie anche filosofica, si apre ogni volta uno squarcio squisitamente lirico le cui immagini possono richiamare, come è stato detto, taluni accenti di poesia surrealista spagnola. E alla purezza di alcune intuizioni si alternano componimenti di forte attualità, perché Giudice, di fatto,  è un poeta civile ed è calato nel proprio tempo […]”.

 

Non ci resta che lasciare spazio alla poesia stessa, ai versi che ci accompagneranno in un mondo intricato del pensiero e della mente umana: quest’ultima costruisce mondi che sono ancorati a riflessioni filosofiche centrali per l’autore, insieme ai sentimenti, ravvisabili nell’animo stesso di ciascun componimento.

 

 

 

Voltiamo pagina

 

E questo precipitare impaziente

dei giorni

uno sull’altro

senza pause e ritardi

geme alla voglia di vincere traguardi

e offrirsi agli umori di rivalsa

in questo untuoso rivoltarsi

tra grovigli di immagini e di voci.

 

Voltiamo pagina

ora

davanti agli aculei che ci arpionano

e riprendiamoci

la fitta trama di fatui desideri

viscidi come piovre

pronte all’agguato di fameliche ventose.

 

Vorrei sapere

cosa si nasconde

oltre la luce e il segno,

oltre l’uguale e il diverso

al di là dell’apparente traguardo

che m’illude.

Lassù

anche la luna

silente e audace

riesce a interloquire con l’immenso

dal piccolo gheriglio di cielo

in cui s’acquatta.

 

Mi desto a un tratto

come da un sogno,

esterrefatto…

 

E se tutto

fosse una beffa della mente?…

 

 

 

 

Cruciverba

 

Ora cerco la parola

capace di incrociarsi con l’altra

per un incastro che la scopra gemella

in attesa di svelarne il cuore

enunciando la definizione.

 

Aspetto di capire l’arcano

dell’incerto che si cela all’incontro

di sillabe e di suoni

riportati sulla carta.

 

La vita è un’avventura

in cui s’intrecciano sgomenti

al profilarsi di domande.

 

E il cruciverba del giorno

cattura il mio interesse

alacre nel leggere il malinconico oroscopo

delle ore che mi lasciano.

 

Vorrei sapere

qualcosa di me

di questo mio tacere e sproloquiare

avari di risposte e di domande.

 

 

 

 

Ma dove vai?  

 

Ma dove vai

con queste povere gocce tra le mani

come rugiade traslucide di verde,

avide di parola?

Sei solo nella sfida,

audace

nell’accanito travaglio di progetti…

 

Sul tuo viso

ora

a dirotto cade e si spande

il lavacro di una pioggia

densa di boschi e terra nei profumi

e tu l’accogli

come un dono che non sai donde viene

né perché…

 

Aspetta,

t’accompagno

lungo questi sentieri,

nudi di pietre e segni,

proni alla notte che li cinge.

Anch’io

soffro le vertigini della solitudine

e cerco l’altro

dove non lo trovo.

 

E gli occhi vanno al pozzo senza fondo

dove il sole non arriva

e tutto sembra subire l’artiglio

di angosce risapute.

Scrutavo il pozzo da bambino

e coltivavo incubi e paure

del nero

del profondo.

 

Ora non più, forse…

 

Vinciamo assieme

questo muto guardarci

ed assentire alla paura

finché una mano si muova

alla ricerca dell’altra

per l’esiguo calore in disuso

da scambiare…

 

 

 

Misurando il tempo

 

Io misuro il mio tempo

distillando memorie

di ciò che non c’è più

e pretendendo ascolti

da chi non ha orecchi

né voglia per sentire

quel che ci separa nell’ingorgo

del fiume in piena dei ricordi.

 

Non ho voglia

di gustare ciò che si perde

all’avido guardare

e pretendere risposte

da chi non ha parola

e resta solo

davanti al giorno caparbio che non cede

nella corsa verso l’approdo risaputo.

 

 

 

Ieri

 

Crepitante come una fornace

mi sentivo

e negli artigli del buio,

rincorrevo parole intriganti

mentre lontano ululavano lupi

dando voce alle paure della notte.

 

E quando la prima chiarìa

lentamente diede spazio al mattino

mi parve di vedere

larve antiche di pallori indistinti

farsi figura del mio giorno

e l’ansia di adescare una scintilla

mi dominava

senza la tregua che s’addice

alla voglia di traguardi.

 

 

 

Memoriale

 

E questo memoriale

che si affida

al rito consunto della spocchia universale

ora ci avvita

al mesto succedersi dei giorni

ignari di progetti e di invenzioni.

 

Ora agonizza

anche l’esile azzardo del cantare

in cui si rifugiava

il frivolo bisogno di saltare.

 

Tra gli sconfitti

siamo catalogati

nel registro dove firmiamo ogni giorno

la nostra rassegnata anestesia.

 

Ma a un tratto sussultiamo

al rintocco di campane avvelenate,

ferme ai loro bronzi disperati,

afoni al bisogno di parole.

 

 

 

Avanguardie

 

E voi avanguardie del pensiero fragile

serrate le file e adunatevi

come per un convegno di zanzare malate,

e aprite le porte all’esile e all’assurdo.

Poi dedicatevi a scrivere

parole e pianti

sui muri

come i  carcerati.

Perché qui

tuttora

uomini piegano il buio alle saette

e tagliano la notte in parcelle

e occhi cedono

alle voglie di precipizi e bruciori

finendo negli artigli

di affamati sparvieri.

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