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Il cielo poetico di Giovanni Sato
On 18 febbraio 2016 | 0 Comments

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Giovanni Frangi, Cielo, pigmenti e primal su tela, cm 200×300

 

 

Mi sono lasciata affascinare dalla poesia di Giovanni Sato, padovano, classe ’58. Oculista specializzato nella riabilitazione visiva dell’ipovisione al Centro Oculistico San Paolo di Padova, fa parte anche del Gruppo Letterario Formica Nera ed è socio della società Dante Alighieri. “La solitudine del cielo” (Biblioteca dei Leoni, 2015) non è il primo libro di poesie pubblicato: in precedenza vale la pena di ricordare “Intonazioni” (1995), “Vibrazioni di luce” (2010), “Il realismo della luce” (2010), “Percezioni” (2011), “Canzoni nel tempo dell’amore” (2012), tradotto anche in inglese, “La trasparenza dell’ombra” (2013), “Geografia interiore” (Biblioteca dei Leoni, 2014).

Già i titoli precedenti lasciano presagire l’interesse per la percezione, la luce, l’effettivo medium della vista.

Nello specifico, l’ultimo libro pubblicato, “ripercorre con ansia e forza visionaria il rapporto tra il sé e il mistero della vita.” – commenta Paolo Ruffilli – “L’ottica di questo sguardo e la chiave di volta dell’intero libro è il riconoscimento d’amore per i tempi e i luoghi, dentro alle molte e ulteriori cose e persone della vita. (…)  Di questa realtà Sato è un cantore mosso da un’inquietudine nervosa che lo spinge appunto a cercare senza riposo le ragioni dell’autenticità. E la gioia di vivere trascolora ogni volta nella nostalgia, come è tipico dell’elegia”.

Unknown

Quale dunque, la Solitudine del cielo?  Non resta che scoprirlo leggendo alcuni componimenti.

 

“Perfetta solitudine”

Ad una ad una si staccano le passioni
ed in silenzio cadono nel ventre
lì dove la terra accoglie le sue vite.

E’ una solitudine
perfetta per scoprire
quale senso abbia lì nel verde
la foglia che nel tempo resta sola.

E raccolgo insieme alle cadute
le sottili carezze di un nonnulla:
fino al fondo che immobile
ci sfiora.

 

*

 

Cerco
sillabe d’aria che imbriglino la rosa
che avrà ancora al sonno
lasciato il sogno
e scivolare fra le sue spine accese
nel verberare di notti blu.

Cerco nell’aria il sogno della rosa,
ora svegliata gli occhi si riposa
sul verde terra ed alzata vola
da stelo a cielo

da notte a giorno.

 

*

 

“La ripetizione dell’ora”

Nel mondo che la nebbia conosce
occultando le forme,
le case apparendo a metà
fra ciò che svapora
e l’incoscienza con il capo pendulo.

Obnubilato inverno
che non vede
né sente ed è portato
come neve che nel suo biancore copre
tutto diventando incanto.

Falso l’incanto che ricopre
ed è infelicità di cose
tralasciate e lasciate svanire
a poco a poco senza pietà.

L’incomprensione viaggia
su binari solitari,
un lungo soliloquio
d’ansie su fili d’erba
bagnati dalla stessa
foschia che ritorna.

Tutto in quel mondo
che non ha pace
e tormenta le colline
svuotando i sensi
del senso e l’anima
non sapendo dove
nasconda i pensieri.

La ripetizione si fa
angolo e pietra
ribatte sull’incudine
forgiando parole
su parole, forse
creando principi di sogni
come incendi che disboscano
per lasciare più spazio.

Lo spazio vitale
per sciogliere
nebbie ed ombre
e ripartire
portati da mani certe,
che sanno dove
il plasma della luce condensi
nuovi giorni.

 

*

 

Anima
che ti illumini
nello spazio che ci contiene:
troppo brevi i nostri sogni
e tendono alla notte,
per ritornare.

E tu animata da segni
percorri vie che non conosco,
sali e scendi per circoli cardiali.

E ribatti
ai miei silenzi
come l’onda che arriva e svuota
in un passaggio le attese della sabbia.

 

*

 

La parola ha un’ombra che l’attraversa
perché ogni parola è un ricordo
di quello che si è detto
prima di perderla.

E riaffiora, dicendola,
l’essenza dei bordi
e l’incanto di quel che porta,
perenne apax legòmenon.

Solo così il quotidiano
prende forma
in un verso
che s’incrocia con la vita.

 

*

 

“Sospen-suoni”

Ansietà.

Fra i tuoi ricordi
quello scritto dalla pioggia
sul tuo sembrare amante

E poi l’intorbidirsi vuoto,
il fumo nelle mani.

Calma.

Una risacca
che scivola a sera
sui cambio di stagione.

Sospen-suoni.

Fiati sospesi
liquidi fra le labbra
non più ora

che eteree foglie.

 

*

 

Posati sul tappeto che l’autunno ha fatto
si va a trovare anche la fine
prima che s’involi con tutte le sue prese.

I soffi ed i respiri
gli involucri dei cuori
i vasi svuoti sfiati senza fibra
i corpi adagi adagiati a peso.

Come un tappeto
posato a sera il fiato
non infine per la sua fine
ma oltre
il vuoto vuoto che nulla illuna.

 

*

 

Passerà una vita e non saremo mai
la purezza di questo cielo
e il suo restare oltre le parole

un silenzioso fragore di bellezza.

Passerà una vita e non saremo mai
la danza di questi voli
e il loro appartenere
al tutto.

Ma ci basta quest’attimo
che ci innalza dalle rovine,

passaggio d’ali
in cui esistere come rosa.

 

*

 

Ora che mi hai trovato
come uno sperduto grano,
granello, minimo
niente in tutto questo.

Fai di me il tuo gioco
divertiti a cercarmi,
cancellami e riscrivimi
nei segni del tuo viso.

Ritornami e rispari,
tienimi e disciogli
gli ormeggi alla tua nave.

Centellina le labbra
ed apri a poco a poco
il posto del tuo cuore.

 

*

 

C’è qualcosa di eterno nel giorno
in quel suo ripetersi uguale
nel ritmo che al mattino ci assale.

Non siamo soltanto ombre
che il sole arroventa e dissolve.
Siamo corpi di luce e spirito

che un segno invisibile fanno
nel loro animare la terra:
è il fiore caduco di ieri

o la nube che ritorna pensiero
e nell’acqua i riflessi
che dall’aria al profondo

dell’umana-inanità si elevano.
E poi su verso le altezze,
rigando il cielo di tutte le vite

e di tutto il sentire che sulle foglie piove.

L’eternità è Ora in questo
Hic che ogni istante è la Rosa
che diventa sempre più Cuore.

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